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 Ignazio Marino - Segretario del PD... di Admin
 
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I cattolici rivendicano le loro libertà in base ai principi nostri e negano le nostre libertà in base ai principi loro

Gaetano Salvemini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Noi italiani abbiamo il diritto di tornare a essere orgogliosi del nostro paese. Perché l’Italia è migliore di quanto vorrebbe la retorica del cinismo e del disincanto.

Siamo una grande nazione di cittadini che vivono ogni giorno milioni di storie, fatte di lavoro, passione e creatività. Donne e uomini che si impegnano a migliorare il proprio avvenire e che oggi alla politica chiedono soprattutto una prospettiva di speranza, insieme alla capacità di restituire visione e senso del futuro.

Per questo all’Italia serve un Partito Democratico vivo e vitale.

È l’idea stessa di democrazia a dover essere il filo conduttore delle scelte politiche e programmatiche del nostro partito.

Una democrazia più forte, che parta dai bisogni e dalle speranze di ogni singola persona e che punti ad includere un numero sempre maggiore di cittadini nella vita pubblica, sociale ed economica.

Una democrazia che non è data una volte per tutte, ma che va nutrita, curata e rafforzata attraverso scelte politiche mirate: dalla singola comunità cittadina alle istituzioni pubbliche, fino alle comunità internazionali di cui l’Italia è parte. Per noi la democrazia non può definirsi tale se continua a escludere le donne dalla vita pubblica e dai luoghi decisionali, che si priva del loro sguardo sul mondo, uno sguardo che tiene insieme e arricchisce tutta la società.

Come recentemente ci hanno insegnato le donne e gli uomini dell’Iran, la democrazia è strettamente legata all’insopprimibile, umana, ricerca della libertà. Una tensione universale che, a cavallo del ventunesimo secolo, ha condotto decine di nuovi Stati ad adottare governi rappresentativi, a rafforzare la comunità internazionale degli Stati democratici.

Il rafforzamento della democrazia nel nostro paese, che ha il suo fondamento nella resistenza al nazi-fascismo e nell’Assemblea Costituente, si è dovuto scontrare con i problemi dell’arretratezza economica e culturale, con la criminalità organizzata, con il terrorismo politico.

Superate prove durissime, l’Italia ha iniziato a conoscere, nel tempo della globalizzazione, un indebolimento della sua democrazia.

La crisi delle nostre istituzioni politiche e delle classi dirigenti diffuse ha generato un significativo distacco di ampi strati di popolazione dal discorso pubblico, al quale si è sostituita una spettacolarizzazione continua vissuta come fine a se stessa da masse crescenti di persone, che non vedono altro mezzo per vivere un ruolo attivo nel corpo della società.

L’Italia è fatta di comunità locali coese, di coraggio quotidiano e di capacità solidale, offuscati da una narrazione in cui prevale un modello caratterizzato dall’individualismo clientelare, dalla furbizia cinica, che finisce per svuotare sistematicamente il senso civico nazionale.

Il Partito Democratico deve curare, a partire dallo sviluppo di una sana vita democratica al suo interno e nelle politiche che promuove, la crescita di un forte senso civico, imparando a riscoprire tradizioni millenarie che, in passato, sono state capaci di contaminare l’Europa intera.

L’Italia ha bisogno di tornare ad avere a cuore la propria democrazia. Avere a cuore la democrazia significa poter declinare in positivo e con un orizzonte largo ogni politica e ogni decisione. Avere a cuore la democrazia significa combattere le disuguaglianze economiche e sociali, lottare contro le discriminazioni e per i diritti di tutti, mirare all’integrazione di tutti i cittadini. Avere a cuore la democrazia significa progettare uno sviluppo economico dinamico e inclusivo, senza lasciare sacche di povertà e di marginalità.

Avere a cuore la democrazia significa affrontare le urgenze del mondo del lavoro, far cessare le forme intollerabili di precarietà – la “via italiana” alla flessibilità e alla competizione, che ha avuto risultati disastrosi per il futuro delle nuove generazioni. Avere a cuore la democrazia significa investire oggi in maniera strategica sulla scuola e sulla ricerca scientifica.

Avere a cuore la democrazia significa far tornare la questione meridionale al centro di un grande progetto di governo nazionale. Una più efficace presenza dello Stato deve andare di pari passo con un profondo senso di uguaglianza territoriale per il quale nulla di ciò che è normale e scontato a Milano non possa che essere normale e scontato anche a Palermo, e viceversa.

Avere a cuore la democrazia significa riformare il campo dei media attraverso una nuova e severa legislazione antitrust, necessaria per allargare non solo l’accesso a un’informazione politica pluralista, ma un mercato della pubblicità meno concentrato, che consenta il libero dispiegarsi della creatività nazionale nell’impresa economica, che oggi trova una strozzatura chiave nei regimi di quasi-monopolio dell’informazione.

Avere a cuore la democrazia futura significa dimostrare una naturale attenzione verso il presente, attraverso dispositivi che mirino a risolvere la crisi economica, sociale e culturale che stiamo attraversando.

Il concetto inclusivo della democrazia, intesa come un processo continuo e una chiara direzione di marcia, è quindi nome, simbolo e sostanza del Partito Democratico. Un partito che mette al cuore della propria ragion d’essere la stessa ricerca individuale della libertà da cui si origina lo spirito e la sostanza della democrazia stessa.

Uno Stato democratico non impone alcuna scelta individuale, ma difende ogni religione, ogni credo, ogni opinione politica, ideologica o la loro assenza, nei limiti in cui esse non contrastino con i principi di uguaglianza sostanziale e inclusiva della democrazia.

Da questa premessa discendono naturalmente le opzioni politiche e programmatiche contenute in questa mozione, senza alcuna differenza: si riferiscano esse alla vita interna del Partito Democratico, oppure tratteggino priorità politiche e programmatiche da mettere a disposizione del Paese.

L’Italia ha bisogno di più democrazia, l’Italia ha diritto di riscoprire l’orgoglio di sé, della sua dignità, della sua storia, del suo lavoro, delle sue comunità. Ha bisogno di guardare al futuro con speranza e con fiducia.

Per questa ragione ci presentiamo così: italiani e democratici.

PARTITO E DEMOCRATICO

L’Italia ha bisogno di un Partito Democratico.

Un partito che riparta dalle persone. Dalla qualità e dai bisogni delle loro vite, e anche dalle loro attese e speranze.

Un partito che abbia una direzione politica chiara, frutto della partecipazione dei suoi aderenti e dei suoi sostenitori.

Un partito che abbia una linea verticale a doppio senso, dalla base dei suoi iscritti alle figure di riferimento politico nazionale, e conosca anche una dimensione orizzontale, di scambio e collaborazione tra i territori, i circoli, le amministrazioni locali, condividendo le buone pratiche. Non gerarchie, insomma, ma rapporti e relazioni.

Un partito libero dalle correnti, che abbia un assetto federale, riconosca l’autonomia dei territori e dei circoli e la sostenga con risorse adeguate.

Un partito che sappia coniugare strumenti moderni e antiche modalità di relazione, che sappia rinnovare un messaggio di coinvolgimento, di partecipazione, di apertura alla società.

Un partito che non sia centralista né autoreferenziale.

Un partito che non sia di nessuno, perché è di tutti coloro che ritengono di poter partecipare alla sua vita democratica.

Un partito esemplare che pratichi le cose che dice, che si assuma la responsabilità di quello che propone, che sia riformista prima di tutto di se stesso.

Un partito aperto, trasparente e credibile come vorremmo che fosse l’Italia.

Un partito che si qualifichi non solo per la coerenza con alcuni principi fondamentali, ma per le risposte che sa offrire ai cittadini, rispetto alla loro vita quotidiana e alle esigenze che più sentono.

Un partito che sappia indicare la via, senza avere la presunzione di imporla, ma confrontandola con i desideri e le speranze di chi vuole raccoglierne il messaggio.

Un partito aperto sul Paese e naturalmente aperto sul centrosinistra.

Un partito che guardi all’esterno, che si prenda cura degli elettori di tutto lo schieramento

progressista, che apra con loro un confronto, che miri a rappresentarli il più possibile. Un partito che abbia un forte respiro maggioritario, che costruisca le proprie alleanze a partire dal proprio profilo e da quello che vuole per il Paese, non in base alla convenienza elettorale o al mero esercizio politicista di cui abbiamo avuto fin troppi esempi in questi anni.

Un partito che non vuole ridurre le proprie ambizioni e la portata del proprio progetto.

Un partito che sia ancora convinto che è necessario aprire un lungo ciclo riformista in Italia, e che intenda stabilizzare il bipolarismo. Un partito che voglia restituire dignità alla politica. Un partito che sappia valutare il proprio lavoro, che si ponga il tema del rapporto costante con

il proprio elettorato e una valutazione trasparente del proprio percorso e del lavoro svolto da

chi lo rappresenta ad ogni livello. Un partito che sappia qualificarsi attraverso le proprie campagne, che sia riconoscibile e credibile.

Un partito che sappia distinguere da territorio a territorio proprio perché vuole tenere unito il Paese.

Un partito che guardi avanti e fuori, verso la società e verso il futuro. Un partito primario e dopario, capace di aprire alla società la scelta delle persone e delle idee che promuove.

Un partito che si dia delle regole comprensibili e semplici, che siano rispettate. Un partito che abbia a cuore i diritti di tutti. Un partito che sappia denunciare le cose che non vanno, le ingiustizie, i soprusi. Un partito che rispetti le minoranze e le diverse sensibilità che ne fanno parte, avviando un

dibattito aperto, non pregiudiziale, inclusivo e responsabile. Un partito che superi la questione delle quote con una norma antidiscriminatoria per cui donne e uomini non possano essere rappresentati in una misura minore del 40% e comunque non maggiore del 60%, avendo a cuore l’obiettivo e la maturità necessaria per affrontarlo e per raggiungerlo e per consentire così la piena assunzione di responsabilità delle donne a tutti i

livelli. Un partito laico. Un partito che sia centro di elaborazione, aperto e contendibile, sulle questioni di maggiore

attualità e di più forte impatto sulla vita delle persone. Un partito che sia strutturato perché partecipato. Un partito che faccia rete, in tutti i sensi: un partito che tenga collegate e che miri ad integrare

le esperienze dei circoli con quelle del web. Un partito abbia senso dello Stato, in tutte le sue articolazioni. Un partito che parli la lingua delle persone e che si faccia capire, che bandisca le formule

astruse e il gergo della politica.

Un partito che non viva di contraddizioni (la più classica: apparati versus società civile), ma che sappia rappresentare nel migliore dei modi un dialogo costante con la società. Un partito che sia esigente soprattutto con se stesso. Un partito che sia partito e democratico.

IL NOSTRO FUTURO

Le sfide del PD per costruire il futuro partono da cinque parole.

Apertura. Vogliamo aprire l’Italia. Oggi siamo un paese chiuso, in cui è difficile spostarsi sia fisicamente che in termini di crescita economica e sociale. Siamo un paese in cui sono chiuse le reti, i mercati, i sistemi di trasporto. Siamo un paese che ha bisogno di maggiore trasparenza, di modernità, che ha sete di innovazione. Vogliamo dare dignità ai cittadini quando sono utenti e consumatori; vogliamo fare della pubblica amministrazione una controparte amica, efficiente e responsabile e mettere i cittadini e le imprese nella condizione di adempiere più semplicemente ai propri doveri. Vogliamo combattere i monopoli, le corporazioni, le oligarchie per dare ai cittadini e alle imprese la libertà di scegliere e di crescere in un ambiente economico sano e favorevole. Vogliamo riformare profondamente gli ordini professionali e consentire un accesso più facile e trasparente alle informazioni, alle professioni, alla ricerca, al credito, ai fondi strutturali europei. Vogliamo diffondere la banda larga in tutto il Paese per superare il “digital divide” e diffondere informazioni libere e facilmente accessibili a tutti i cittadini. Siamo anche un paese chiuso sul piano sociale. Vogliamo un paese che punti all’inclusione di tutti i suoi cittadini e nel quale nessuno si senta economicamente o socialmente discriminato. Vogliamo un paese che dia alle donne più peso e dignità, insieme allo spazio e alla possibilità di assumere pari responsabilità e contribuire come gli uomini alla crescita economica e sociale del Paese. Vogliamo un paese in cui i carichi di famiglia siano equamente distribuiti tra uomini e donne. Vogliamo un paese che rispetti le proporzioni nella presenza delle donne nei Consigli di Amministrazione e in tutti i luoghi in cui si prendono le decisioni fondamentali per la vita e l’economia del Paese.

Coraggio. Vogliamo che l’Italia sappia interpretare e vincere le sfide del nostro tempo. Un Paese che dia risposte ai cambiamenti in atto nella società. Un Paese che non discrimini nessuno dei suoi cittadini e che sia aperto a coloro che da tutto il mondo portano qui le proprie speranze per il futuro, le proprie capacità, il proprio contributo alla crescita e alla prosperità delle nostre comunità. Un Paese laico, che pur riconoscendo e rispettando la propria tradizione cristiana, accolga e faccia sentire liberi e rispettati sia i credenti che i non credenti; dove si possa continuare a scegliere e determinare i trattamenti sanitari a cui essere sottoposti; in cui tutte le famiglie siano ugualmente riconosciute e valorizzate; che sia amico dei bambini; in cui si lavori attivamente per riconoscere pari opportunità a tutti i cittadini. Un Paese dove al cittadino sia riconosciuta in via di principio la responsabilità di autodeterminarsi e dove si lavori attivamente per fare in modo che ciascuno abbia la possibilità di realizzare il proprio progetto di vita. Un Paese che affronti il problema della casa mettendo in atto politiche straordinarie per l’edilizia residenziale pubblica, il social housing e una politica attiva per gli affitti. Un Paese che attui politiche per l’ambiente e la sostenibilità, che pensi a uno sviluppo integrato con uno sguardo etico e globale.

Merito. Vogliamo un’Italia che utilizzi al massimo l’eccellenza delle proprie imprese e la capacità dei propri

cittadini, dando loro la possibilità di esprimere appieno le proprie potenzialità. Vogliamo un Paese che valorizzi le capacità di produrre ricerca e innovazione, dando la possibilità ai nostri ricercatori di lavorare e studiare in università che siano organizzate, valutate e finanziate alla stregua dei migliori atenei del mondo. Un Paese in cui le classi dirigenti siano selezionate sulla sola base delle proprie capacità, dove il merito sia premiato attraverso meccanismi che sanciscono una responsabilità diretta in capo a chi è chiamato a scegliere. Un Paese in cui ai giovani siano concessi mezzi e possibilità di crescere professionalmente in ambienti lavorativi che incoraggino l’investimento sulle proprie capacità e fondi per sostenere idee imprenditoriali. Un Paese che non abbia timore di veder partire i propri talenti ma che sia in grado di attrarre talenti dall’estero in maggior misura di quelli che partono.

Protezione. Vogliamo essere una comunità coesa e forte, che persegue il bene comune. Vogliamo un Paese con un forte senso di legalità, rispettoso delle regole, consapevole dell’importanza dei doveri di ciascuno. Vogliamo un Paese sicuro in ogni senso: sicuro sul lavoro, sicuro per le strade, sicuro nelle città, che garantisca la sicurezza dei propri cittadini attraverso una protezione civile che lavori per prevenire e minimizzare le conseguenze delle calamità naturali e non solo per gestirne le conseguenze. Un Paese dove la giustizia sia efficiente, rapida e uguale per tutti. Un Paese in cui viga la certezza della pena e che rispetti la dignità dei detenuti. Un Paese libero dal cancro della criminalità organizzata, dal fardello dell’evasione fiscale, dalla corruzione, dall’inquinamento e dai rifiuti. Che tuteli con determinazione il paesaggio e il territorio, le sue bellezze artistiche e naturali e la sua eredità culturale, unica in tutto il mondo. Vogliamo un Paese che si prenda cura dei più deboli, che sostenga chi è in difficoltà. Un Paese in cui ci si prenda cura di coloro che hanno meno, dove il benessere della comunità sia misurato sul benessere degli ultimi.

Libertà. Vogliamo un’Italia della democrazia e della partecipazione. Vogliamo un Paese dove i poteri dello Stato agiscano nel rispetto reciproco, formale e sostanziale, preservando il prestigio e la credibilità delle istituzioni. Un Paese in cui esista una rigorosa responsabilità politica: dove la maggioranza abbia efficaci strumenti di governo, e l’opposizione efficaci strumenti di controllo ed entrambe siano sottoposte al vaglio critico del corpo elettorale. Un Paese dove i partiti non occupino le istituzioni. Dove al cittadino sia data la possibilità di formare, prima che di esprimere, liberamente la propria opinione. Un Paese nel quale l’informazione sia libera e che risponda sempre all’opinione pubblica e mai al potere. Un Paese nel quale la compagine parlamentare sia scelta dai cittadini e non dalle oligarchie, dove il potere sia effettivamente contendibile e le differenze di posizioni emergano alla luce del sole per essere liberamente valutate dalla pubblica opinione.

UN NUOVO PENSIERO

1.

La crisi che attraversiamo è destinata a mettere il mondo e l'Europa di fronte alle conseguenze di una globalizzazione che ha impoverito i cittadini, fatto scivolare verso il basso i ceti medi nei paesi industrializzati, aumentato le disuguaglianze sociali. La ricchezza si è progressivamente distaccata dal lavoro delle donne e degli uomini, e troppo spesso sono andate sprecate intelligenze e risorse naturali che rendono vivibile il pianeta.

Anche in tempi di crisi, però, la politica deve darsi l’obiettivo strategico di migliorare la vita delle persone, riducendo gli effetti negativi del ciclo economico: occorre una nuova visione dell’economia nella quale lo Stato provvede in modo non invadente ma forte dove il mercato non basta (welfare, istruzione, salute, innovazione, nuove tecnologie) e in cui la politica crea le condizioni per la crescita economica e occupazionale.

In questi mesi il dibattito e l’iniziativa politica italiana, e per molti versi anche europea, sono rimasti ben al di sotto della gravità della crisi. Gli unici ad aver delineato una strategia attiva capace di responsabilizzare le imprese e le persone sono stati gli Stati Uniti di Barack Obama, il quale ha fatto propria l’idea che il modo più rapido per uscire dalla crisi sia investire sui tempi lunghi: scuola, università, ricerca, green economy, grandi investimenti, insieme all’estensione universale della copertura sanitaria.

Quell’Europa che si proponeva di diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, di tenere insieme mercato e coesione sociale, sviluppo e sostenibilità, sembra definitivamente emigrata oltre Atlantico.

2.

Il Partito Democratico deve darsi una missione che vada oltre i confini del nostro Paese, tornando ad essere protagonista a livello europeo e internazionale.

All’interno della casa europea la dimensione dello Stato-nazione si sta rivelando insieme troppo piccola e troppo grande per affrontare i nodi che la crisi ci pone: la politica nazionale può tornare decisiva se sarà capace di delegare verso un livello sovranazionale poteri che solo a quel livello possono essere credibilmente esercitati, e verso i territori l’elaborazione ed attuazione concreta delle politiche di sviluppo.

Il PD deve collocarsi tra le idee e i luoghi, comprendere intimamente le dinamiche economiche sia a livello globale che nei contesti a noi più prossimi, proponendosi come punto di riferimento per un nuovo e più coraggioso europeismo democratico e valorizzando al massimo l’autonomia e la capacità progettuale dei territori.

3.

Il Partito Democratico deve darsi una cultura economica autonoma, indicare un credibile modello economico-sociale capace di sconfiggere l’egoismo che investe la vita civile e di entrare in sintonia con l’enorme vitalità presente nella società italiana.

Si deve operare con decisione per la costruzione di un'idea di mercato che si diriga risolutamente nella direzione di uno sviluppo etico, sostenibile da un punto di vista ambientale, sociale e occupazionale.

C’è la necessità di uno shock di innovazione e di liberalizzazione, con regole chiare ed efficaci, per eliminare cause e perpetuarsi di rendite di posizione di qualsiasi tipo e sbloccare risorse inutilizzate e capacità creativa e imprenditoriale.

Liberalizzazioni e concorrenza sono decisive, ma devono accompagnarsi a politiche industriali e devono facilitare l’obiettivo di agganciare le nostre imprese ai nuovi driver dello sviluppo mondiale: le energie rinnovabili e le scienze della vita e della salute.

Occorre inoltre rendere principi fondanti di ogni politica la responsabilità individuale e il merito, naturali interfacce di un’idea democratica dell’uguaglianza delle opportunità che si traduce nel mettere a disposizione di tutti sempre maggiori risorse, strumenti e diritti e nel rafforzare i legami di solidarietà all’interno della comunità.

Solo così il riconoscimento anche economico dei meriti e delle capacità individuali non indebolisce il senso di appartenenza a una comune società, ma al contrario diventa nel sentire di tutti il mezzo collettivo per conseguire un maggiore benessere.

Occorre prendere sul serio, al Nord come al Sud, la società a imprenditoria diffusa: una società a imprenditorialità diffusa è un valore perché porta le persone ad auto-organizzarsi responsabilmente nel lavoro come nella vita sociale, nella famiglia e nell’associazionismo. Ma una società a imprenditoria diffusa ha bisogno di buona politica, una politica capace di fornire quei beni pubblici che il mercato non è in grado di produrre e di assicurare un’equa redistribuzione della ricchezza.

Diversamente dalla destra, che tende a interpretare la società a imprenditoria diffusa come manifestazione dell’anti-politica e come liberazione dai vincoli di solidarietà, il Partito Democratico deve raccogliere la domanda di buona politica che la società a imprenditoria diffusa esprime, superando quell’atteggiamento di distacco, spesso pregiudiziale, nei confronti dell’economia di impresa che ha caratterizzato la nostra azione politica in passato.

Per poter parlare davvero di sviluppo e di futuro serve poi una vera e propria liberazione dalla criminalità organizzata, vincolo insostenibile per l’economia e l’attività di impresa, ostacolo per competitività, investimenti, per una società più giusta e prospera.

4.

Per valorizzare meriti e talenti bisogna ridare dignità al lavoro e al suo valore esistenziale e sociale. L'Italia deve tornare a perseguire politiche orientate alla piena e buona occupazione, erodendo le differenze enormi tra Nord e Sud in termini di occupazione, in particolare di quella femminile.

Per dare maggiori garanzie ai lavoratori, abbassare i costi contrattuali delle imprese e favorire la massima occupazione si deve fare ricorso alla flessibilità intesa non come precarietà, ma come possibilità di arricchimento personale e professionale, in un percorso di vita che consenta tanto l’investimento sulla propria professionalità che la garanzia di una protezione nei momenti di debolezza e di rischio.

La flessibilità, caratteristica inevitabile del lavoro nella nostra modernità, non va considerata come una disgrazia. Quello che i giovani temono sono disoccupazione e precariato privo di regole, percepiscono l’iniquità di un mercato del lavoro che vede gomito a gomito lavoratori protetti e lavoratori talvolta privi anche di diritti elementari quali la malattia, la maternità, le ferie.

Una flessibilità bilanciata, quindi, è il nostro valore per regolare il mercato del lavoro: contratti a tempo indeterminato che consentano un rapporto continuativo e tendenzialmente stabile con il datore di lavoro; salario minimo e garanzie di reddito come protezione per chi perde il lavoro; formazione continua per aumentare il proprio bagaglio e il proprio valore professionale.

5.

Finanziare le politiche necessarie a far fronte alla crisi: ecco uno dei nodi del nostro tempo e della nostra politica. Bisogna razionalizzare e rendere più efficiente la spesa pubblica, riducendo gli sprechi in modo netto e senza timore di attaccare anacronistici privilegi e rendite di posizione: tagliare i costi della politica, sradicare la corruzione e tutti quei fattori di un sistema pigro e incapace di emendarsi.

Anche la leva fiscale è importante per reperire gli strumenti necessari, certo, e la riduzione radicale dell’evasione fiscale è per noi un obiettivo strategico. Ma dobbiamo fare in modo che il fisco che non sia vissuto come punitivo dai cittadini e che sia più efficiente e rapido, iniziando da una grande opera di riorganizzazione che migliori efficienza e pro attività: un fisco che solleciti gli operatori economici ad adottare comportamenti virtuosi, corretti ed etici introducendo agevolazioni e premialità nei confronti di chi, ad esempio, adotta comportamenti ecologicamente corretti.

Il credito e la finanza sono fondamentali per la crescita, ma devono essere regolati, per evitare sia comportamenti eccessivamente rischiosi, sia l’allocazione di risorse a vantaggio di pochi, spesso portatori di conflitti di interesse e rendite di posizione. Occorre, invece, riequilibrare l’asimmetria delle informazioni e del potere tra istituzioni finanziarie e cittadini e aprire anche la finanza ad una maggiore e trasparente concorrenza, spezzando il legame tra credito e politica e creando maggiore imprenditorialità.

6.

Un uso intelligente ed efficace delle leve del bilancio e una politica che metta al centro le regole, gli interessi democratici e il bene della comunità, per noi, in questa fase significa concentrarsi su tre obiettivi.

Sostenere i redditi delle famiglie per far ripartire i consumi.

Riparare alla drammatica e scandalosa situazione per la quale chi non ha lavoro o lo perde, in Italia, grande potenza industriale del mondo, si trova sul baratro della disperazione. Fornendo ammortizzatori sociali universali che siano una rete di protezione nelle fasi lavorative difficili della vita dei cittadini.

Sostenere i talenti italiani, il Made in Italy, il tessuto delle piccole e medie imprese, il turismo, la cultura, l’arte, lo spettacolo, la ricerca, la qualità straordinaria della nostra agricoltura e lo sviluppo delle innovazioni nel settore dell’ambiente e della salute, potenziale fonte di nuove imprese, di nuova ricchezza, di nuovi mercati. Investire sui campi sui quali le grandi democrazie occidentali poggiano il loro futuro.

7.

La crisi globale mette fine anche ad un’idea solo quantitativa dello sviluppo: per quella via il pianeta non regge, esplode dal punto di vista economico e ambientale. Gli individui soffrono, si distaccano dai loro più profondi desideri e bisogni, non si realizzano in tutte le loro potenzialità umane. È dunque l’ora di un riformismo democratico e coraggioso, in grado di innalzare il livello di civiltà del mondo contemporaneo.

Non solo questo è giusto e moralmente auspicabile, ma è indispensabile per competere e dialogare con le immense popolazioni dei nuovi protagonisti della storia: l’India, la Cina, i paesi emergenti di nuovo sviluppo. Nessuna barriera li potrà fermare, nessun protezionismo potrà dissuaderli nel giocare fino in fondo le loro carte. E come abbiamo visto, le bombe e la guerra portano solo tragedia e moltiplicano i problemi.

Occorre misurarsi con questa realtà in modo aperto, democratico e consapevole. Occorre lottare per un mondo multipolare, per reti di dialogo e collaborazione.

In quest’ottica l’Italia ha molte chance: la qualità italiana può conquistare mercati. La civiltà del suo assetto sociale, se innalzata e valorizzata, può essere ponte concreto con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e con i commerci che affluiscono dall’Oriente. L’Italia può attrarre nuovi studenti, turisti, imprenditori, scienziati. Può essere protagonista di relazioni e autorevole interlocutore internazionale.

8.

La qualità, l’innalzamento dei servizi e il miglioramento della vita sono anche la vera risorsa per fronteggiare, con sicurezza e serenità, i grandi flussi migratori. Serve massima durezza contro illegalità e crimine e al tempo stesso occorre facilitare il processo per regolarizzare le tante migliaia di brave persone che sono indispensabili all’Italia e che cercano solo serenità, lavoro, futuro.

La discriminazione contro gli stranieri finisce sempre con il produrre effetti sull’intera comunità nazionale. Quando, ad esempio, si nega soccorso sanitario allo straniero, regolare o irregolare che sia, non solo si nega a lui il diritto alla salute, ma si nega (anche) al cittadino italiano il diritto alla prevenzione; quando si cancella dall’anagrafe lo straniero privo di abitazione “idonea”, si compromette il controllo della sua presenza sul territorio, a scapito dell’esercizio sicuro dei diritti dei cittadini; quando, ancora, si prevede l’espulsione di un lavoratore straniero dall’Italia, in ragione dell’irregolarità del rapporto di lavoro, lo si priva di garanzie eguali a quelle del lavoratore italiano, ma se ne rende anche allettante l’assunzione irregolare, sfavorendo l’accesso al mercato del lavoratore italiano.

Ogni diritto negato agli immigrati è dunque un diritto negato ai cittadini italiani. La disperazione dei primi ricade come un problema amplificato e non risolto sui secondi, mentre l’apertura all’altro, a quello considerato diverso, nasce da una buona qualità della vita di una comunità.

9.

La salute è il bene più prezioso e va tutelato e protetto per tutti, attraverso l’accesso universale a tutte le prestazioni fornite dal Servizio Sanitario Nazionale, senza alcuna discriminazione. Al centro del sistema va riportata la persona, che deve poter influire sulle decisioni prese a tutti i livelli e a cui rivolgere politiche di prevenzione e promozione di stili di vita. La rete ospedaliera deve essere riqualificata, promuovendo i poli di alta specializzazione, individuando i centri di eccellenza e chiudendo o riconvertendo gli ospedali minori, organizzando forme di assistenza fornite da strutture territoriali.

Un partito che sia davvero democratico deve fare attenzione alle fasce deboli della popolazione, riaffermando il principio di garanzia della dignità della persona durante tutte le fasi della vita, incluse quelle terminali, con il rispetto del diritto all’autodeterminazione in materia di cure mediche.

10.

Non sarà possibile far fronte a questo tempo così difficile e sfidante senza un nuovo patto tra generazioni, all’insegna di una nuova Italia a cui tutti partecipino. Le nuove tendenze demografiche, segnate da un formidabile innalzamento delle aspettative di vita, cambiano i termini della questione previdenziale e mettono all’ordine del giorno la necessità di utilizzare l’enorme potenziale di risorse rappresentato dagli anziani. Vanno attuate politiche di sostegno all’invecchiamento attivo sia in direzione del prolungamento volontario del lavoro, che del sostegno alle diverse forme d’impegno civile e sociale, contrastando le discriminazioni legate all’età e moltiplicando le forme flessibili e parziali di pensionamento. Non si tratta di consolidare le attuali tendenze gerontocratiche che bloccano le carriere dei giovani, anzi, ma di pensare a forme di pensionamento graduale con le quali i lavoratori più anziani affiancano le nuove generazioni che devono assumere le responsabilità principali.

11.

 

Una scuola inclusiva e di qualità è un nostro obiettivo fondamentale. Tra tutti i paesi europei l’Italia è uno di quelli in cui il ceto sociale di appartenenza e il livello di scolarità dei genitori più influenzano la potenzialità dello studente. Le scuole invece devono tornare a svolgere il proprio ruolo sociale e di integrazione (anche di bambini e ragazzi stranieri), assolvendo ad una funzione generale di crescita dei territori.

Quanto alla casa, la riforma del mercato degli affitti, un piano per l’edilizia sociale e il rilancio di un programma di rigenerazione urbana delle periferie sono i tre capisaldi su cui fondare la proposta del PD per rispondere alla crescente emergenza abitativa e migliorare la qualità della vita delle nostre città. L’incremento del valore degli immobili e dei canoni ha reso problematico l’accesso alla proprietà e alla locazione, ridimensionando la capacità dei giovani e delle famiglie di progettare il futuro: è dalla loro parte che il PD deve schierarsi, per ridurre il costo degli affitti e valorizzare il reddito dei lavoratori.

12.

Superamento della crisi, nuovo sviluppo, miglioramento della qualità della nostra società non si produrranno senza una riforma profonda della politica, delle sue regole, delle istituzioni e dello Stato. Occorre una politica più seria, sobria e concreta. Occorre una democrazia efficiente, che sappia decidere.

Occorre una legge elettorale che stabilizzi il bipolarismo, che ridia ai cittadini, attraverso i collegi uninominali, la possibilità di scelta dei propri rappresentanti, che semplifichi il sistema politico e abbatta i suoi costi anche con una diminuzione sostanziale del numero dei parlamentari. Il PD, in quanto prima forza del campo democratico, ha l’ambizione di sviluppare il suo respiro maggioritario rivolgendosi a tutti i cittadini con una sua proposta e una sua missione per l’Italia. Cercando, con esse, di cambiare i rapporti di forza nella società e di realizzare quelle necessarie e coese alleanze per vincere e per governare.

Con la politica, deve cambiare anche l’Amministrazione Pubblica: ampliamento dei servizi e delle procedure telematiche, uffici unici, autocertificazione, in un sistema di regole in cui il dirigente pubblico sia garante e dove la Pubblica Amministrazione sia vissuta come un partner collaborativo per il cittadino e non come una controparte arcigna e burocratica.

Il cambiamento deve riguardare anche funzione pubblica, scuola e università: in assenza di un numero di grandi imprese capaci di fare massa critica in settori cruciali quali la ricerca, l’innovazione e l’internazionalizzazione, occorrono amministrazioni pubbliche e università innovative.

Va promossa, inoltre, una cultura dei risultati e della valutazione. Ci vuole trasparenza, soprattutto, e ciò vale anche per le risorse pubbliche: gli italiani hanno diritto di sapere nel dettaglio in che modo vengono spese le imposte che pagano.

13.

L’assetto federalista dello Stato è l’occasione per realizzare un governo più prossimo ai cittadini, semplificato, rappresentativo delle comunità. Riunire l’Italia nelle cose essenziali, dare spazio ai territori, per valorizzare diversità, energie, risorse. Una sfida che può essere virtuosa anche per il riscatto del Mezzogiorno, dove l’afflusso di denaro pubblico indiscriminato, a pioggia e non selettivo, produce paralisi e corruzione, mentre una nuova forte politica di investimenti mirati, finalizzati nei settori innovativi e trainanti può rimettere in moto talenti e risorse, rilanciare uno sviluppo civile e sociale.

Il PD deve conoscere il territorio meridionale nelle sue eccellenze produttive e deve consentire investimenti e crescita. Sino a quando la legalità non sarà ristabilita nella totalità dei territori meridionali sottraendoli al controllo della criminalità organizzata, nessuno sviluppo potrà mai aver luogo: il PD deve ambire a costituire un simbolo di lotta alla mafia, senza se e senza ma.

Per scongiurare una secessione strisciante, per far rinascere il Paese, occorre un nuovo patto che unisca le forze migliori del Mezzogiorno con quelle più lungimiranti del Nord. E al Nord come al Sud, il cittadino deve poter contare su un sistema giustizia che metta la persona al centro, con una magistratura autonoma e indipendente, processi veloci, mezzi e risorse adeguate.

14.

La giustizia penale in Italia non è né equa né funzionale. L’altro numero di processi conclusi con prescrizione del reato per decorrenza dei termini e la lentezza insostenibile delle sentenze sono una palese manifestazione di resa da parte della giustizia e, in ultima analisi, dello Stato, con effetti negativi per tutti: per il reo e per chi è innocente, per la vittima come per l’opinione pubblica, per i giudici e per l’organizzazione amministrativa della giustizia.

Una corretta amministrazione della giustizia penale non è nella severità delle pene, ma nella certezza della loro applicazione, dopo un processo rapido e che offra al cittadino tutte le garanzie, formali e sostanziali, di una democrazia liberale matura e della nostra altissima civiltà giuridica.

15.

Le cose dette fino ad ora non sono solo linee possibili per un governo riformatore. Alludono anche ad obiettivi e motivazioni più di fondo e di prospettiva. Dopo il 1989 e il dissolversi delle grandi certezze ideologiche, molte persone disorientate si domandano se esiste ancora una differenza tra noi, i democratici, e la destra. Rispondiamo con certezza che mai come oggi sentiamo queste differenze.

Il mondo contemporaneo costringe a scelte nette. La destra, alla paura della modernità, risponde con la gerarchia e la chiusura identitaria, una risposta che talvolta funziona elettoralmente. Ma è una risposta umiliante e mutilante. Noi vogliamo rispondere, nell’epoca delle reti tecnologiche, con reti umane di comprensione, di reciprocità, di solidarietà. Siamo convinti che la scienza e l’economia danno grandi possibilità a tutti i nostri contemporanei: si tratta di saperle utilizzare per la libertà e per la dignità di ogni persona. Per una pienezza, anche spirituale, della propria vita e di quella del proprio vicino. Per una politica che riparte dalla persona.

Ognuno, sia ricco o povero, malato o sano, bianco o nero, omosessuale o eterosessuale, abile o disabile, ha meravigliosi mondi interiori che ha diritto di vivere in modo libero e completo, alla ricerca di un nuovo umanesimo. Su alcune questioni, tuttavia, fino ad oggi nel Partito Democratico non abbiamo avuto il coraggio di sciogliere nodi importanti; non sono questioni marginali che riguardano pochi, ma hanno a che vedere con la vita di ciascuno di noi, e delle persone che amiamo. Dobbiamo arrivare a posizioni chiare, il più condivise possibile, ma nette.

La laicità è un metodo: significa affrontare ogni questione con rigore e con la massima obiettività possibile, nell’interesse generale e non di una parte sola. Significa non porsi nel dibattito pensando di possedere la verità o di avere ragione a priori. Significa saper ascoltare le ragioni altrui e avere l'umiltà e l'intelligenza di confrontarsi anche con chi la pensa nella maniera opposta. Significa lasciarsi sempre prendere dal dubbio che l’altro può avere ragione. Infine laicità significa che quando si considera chiuso il dibattito, e si è presa una decisione nell'interesse di tutti, si accetta quella decisione sentendosi vincolati e sostenendola con onestà.

La vicenda del testamento biologico, in questo senso, è stata esemplare: la posta in gioco non era solo consegnare una legge laica al Paese, attraverso la quale ognuno potesse fare una scelta in base alle proprie convinzioni o alla propria fede, ma affermare il principio secondo cui uno Stato laico deve sempre proteggere i diritti civili e la libertà di ciascuno.

Non “diritti speciali”, ma diritti uguali per tutti. Questo significa essere democratici. Questo significa essere riformatori.

Per rompere, come la storia di oggi ci chiede, visioni egoistiche, nazionalistiche, meramente quantitative. Dovremo partire da noi stessi, dare l’esempio. Non vinceremo mai se attaccheremo un po’ di più o un po’ di meno il nostro avversario politico, ma vinceremo quando sapremo convincere gli italiani che siamo radicalmente diversi da lui e che le nostre idee sono più utili per ogni persona e per tutta la comunità. Vinceremo se sapremo, in queste nuove sfide, unire tradizioni antiche per scioglierle in un mare più ampio che faccia prendere il largo ad un nuovo pensiero.

SCHEDE TEMATICHE

Note di lettura: il metodo e il percorso

Di seguito le schede tematiche che dettagliano la nostra proposta politico-programmatica. Si tratta di una proposta aperta e da condividere.

Alla fine del primo momento congressuale, integreremo il nostro progetto con le idee e i contributi che ci saranno pervenuti, in coerenza con le parole e le cose da fare che qui sono contenute e in un processo partecipativo e aperto. Una wiki-mozione: per definire insieme come vorremmo che fosse il Partito Democratico. E il Paese a cui si rivolge.

Politica ed economia contro la crisi

Regolare e garantire uno sviluppo etico e sostenibile da un punto di vista ambientale, sociale ed occupazionale.

Promuovere un modello economico-sociale innovativo e credibile, con al centro la persona, capace di rompere le rendite di posizione e entrare in sintonia con la vitalità della società: liberalizzazioni, concorrenza, politiche industriali e una visione che leghi lo sviluppo alle energie rinnovabili, le scienze della vita e della salute.

Stabilizzare il sistema finanziario, spezzando il legame fra credito e politica, correggendo gli squilibri economici, annullando l’asimmetria del potere tra istituzioni finanziarie e cittadini, garantendo accesso, trasparenza e controllo.

Operare affinché l’Italia si riappropri di una piena coscienza del proprio ruolo di grande paese industriale, delle eccellenze che esprime e dell'importanza del Made in Italy.

Perseguire la crescita della produttività agricola e la salvaguardia della redditività e delle produzioni. Promuovere i prodotti a Denominazione di Origine Protetta (DOP) e ad Indicazione Geografica Protetta (IGP) e difendere in modo più aggressivo la produzione nazionale dai crescenti fenomeni di contraffazione.

Rispondere alle difficoltà di imprese e persone non solo reagendo alle emergenze ma investendo sui tempi lunghi (scuola, università, ricerca, green economy, grandi investimenti) e in una cornice internazionale.

Un patto tra generazioni per un partito del lavoro

Restituire dignità e valore al lavoro, valorizzando meriti e talenti e realizzando politiche di piena e buona occupazione, che superino le differenze tra nord e sud e di genere.

Dare maggiori garanzie ai lavoratori, abbassare i costi contrattuali delle imprese, fare ricorso alla flessibilità intesa non come precarietà, ma come possibilità di arricchimento personale e professionale, in un percorso di vita che consenta tanto l’investimento sulla propria professionalità che la garanzia di una protezione nei momenti di debolezza e di rischio.

Affermare il principio della flexsecurity: salario minimo, garanzie di reddito per chi perde il lavoro.

Istituire un contratto individuale di lavoro unico, a tempo indeterminato (salvo specifiche eccezioni, legate per esempio alla stagionalità di taluni mestieri), con salario minimo garantito e garanzie di reddito a protezione delle fasi di disoccupazione tra un contratto e l’altro.

Riorganizzare il welfare: innalzamento dell’età pensionabile, revisione dei meccanismi di selezione delle agenzie di formazione e reinserimento, eliminazione degli sprechi.

Trasformare la formazione continua – la cui erogazione va incentivata e supportata attraverso specifiche agevolazioni – in vero e proprio diritto della persona e del lavoratore.

Destinare il risparmio generato dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne imposto dall’Unione Europea ad interventi che ci aiutino a sostenere il percorso delle donne verso la parità con gli uomini nel lavoro: sgravi fiscali, telelavoro, part-time verticale, ingressi flessibili, job sarin. Introdurre il congedo dopo parto diviso obbligatoriamente alla pari tra il padre e la madre. Congedi parentali per i nonni.

Costruire un mondo del lavoro più aperto e meno corporativo, agevolare l’accesso alle professioni, migliorando la competitività e la trasparenza delle tariffe, riformando il funzionamento degli ordini professionali.

Rigore ed equilibrio, il nostro fisco

Usare la leva fiscale, oltre che per reperire le risorse finanziarie, per sollecitare gli operatori economici ad adottare comportamenti virtuosi, corretti ed etici.

Revisionare la tassazione delle rendite finanziarie, eventualmente riequilibrando quest’intervento con una diminuzione della tassazione sulle rendite da beni immobili e determinando così un uniforme carico fiscale su tutti i proventi da capitale.

Dare inizio ad una grande opera di riorganizzazione dell’amministrazione finanziaria al fine di migliorarne l’efficienza e la pro attività: unificazione di tutti gli adempimenti in un atto solo, uso sistematico del fisco telematico, riduzione del divario tra costo del lavoro e retribuzione.

Mettere in atto provvedimenti immediati di carattere fiscale per venire in soccorso al mondo dell’impresa e delle professioni colpiti significativamente dalla crisi: revisione degli studi di settore, estensione dell'esigibilità differita dell'Iva a tutte le fatture, rimodulazione dell'Irap.

Introdurre progressivamente, per rafforzare la lotta all’evasione, il contrasto di interessi, a partire dalla deducibilità dell’Iva dal reddito imponibile, riconoscendo al compratore la possibilità di portare in deduzione dalle proprie imposte una parte crescente del valore del bene materiale o del servizio acquistato.

Per un’Europa forte

Completare l’Europa, superando la falsa contrapposizione tra rafforzamento dell’Unione e perdita di sovranità nazionale: l’Europa è l’unico modo per noi tutti di recuperare peso reale e capacità di azione nello scenario globale.

Rafforzare il senso di comunità europeo, rendendo agili le procedure e chiare le priorità di azione.

Qualificare democrazia reale e partecipazione su scala continentale: affermare la centralità del Parlamento europeo, rafforzare l’interazione con le istituzionali nazionali e locali, avviare nuove forme di consultazione dei cittadini tramite un referendum europeo sulle grandi scelte politiche e istituzionali da compiere in Europa.

Adottare nuovi strumenti di governance economico-sociale e finanziaria per superare l’attuale disequilibrio tra una politica monetaria unificata, politiche economiche e sociali poco coordinate e supervisione bancaria inefficace.

Promuovere nuove alleanze su grandi priorità comuni per l’Europa: la nuova “Alleanza Progressista dei Democratici e dei Socialisti” a cui il PD ha dato vita al Parlamento Europeo non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza per costruire un nuovo schieramento progressista e democratico in Europa e una nuova internazionale democratica, nel mondo.

Città, territori, sviluppo sostenibile e innovazione

Integrare i livelli di governo per rendere l’amministrazione pubblica efficiente e in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, per ricostruire un rapporto di collaborazione con le città e i territori d’Italia, con i sindaci e gli amministratori.

Condividere le decisioni con le amministrazioni locali e con i cittadini: dalla casa alla scelta del sito di un impianto o del tracciato di un’infrastruttura.

Fondare sulle città, sia metropolitane che medio-piccole, lo sviluppo e l’occupazione, anche rispetto agli investimenti in energia verde.

Immigrazione: programmazione, regole e integrazione

Favorire l’immigrazione regolare, scoraggiare quella irregolare, contrastare lo sfruttamento dell’immigrazione.

Attribuire la cittadinanza ai ragazzi stranieri nati in Italia, agli immigrati di seconda generazione, in applicazione del jus soli, per favorire il senso di appartenenza alla loro nuova patria.

Combattere e scoraggiare la clandestinità: accordi di riammissione con i paesi d’origine, sistema premiale per chi collabora a farsi identificare, sanzioni credibili e certe, lotta a scafisti e trafficanti, contrasto al caporalato.

Destinare i Centri d’identificazione e di espulsione esclusivamente agli immigrati non identificati o che resistono all’identificazione, in attesa delle procedure utili ai fini dell’espulsione e per un periodo massimo di 35 giorni.

Proporre una politica degli ingressi comune a tutte le forze progressiste europee: accordi con i paesi d’origine (e conseguenti investimenti), programmazione dei flussi, quote d’ingresso per l’inserimento nelle attività produttive.

Promuovere politiche di accoglienza e di integrazione, che, a partire dalla scuola, diano fondamento all’idea Costituzionale di cittadinanza “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione”.

La nuova energia dell'ambiente

Convertire l’Italia allo sviluppo ecologico, dell’economia e della vita sociale, in particolare di quella cittadina.

Contrastare il nucleare, pur continuando la ricerca, sostenendo un piano energetico nazionale che punti su efficienza energetica (anche attraverso incentivi e disincentivi fiscali per quanto riguarda i processi produttivi), un mix di energie rinnovabili e mobilità sostenibile.

Rafforzare gli incentivi per la riduzione di emissioni inquinanti (all'insegna del “cap and trade”), adottare la carbon tax, ridurre l’Iva sui prodotti ecologici, tassare le auto maggiormente inquinanti.

Promuovere un consorzio energetico solare tra i paesi del Mediterraneo, così da creare un nuovo rilevantissimo giacimento energetico rinnovabile.

Investire sulle nuove tecnologie: eolico d’alta quota, solare a concentrazione, produzione di energia dagli scarti dell’agricoltura (biomasse), energia geotermica di terza generazione.

Darci un ordine di priorità nel trattare i nostri rifiuti: prima riusare, poi riciclare, quindi trattare con tecniche innovative al fine di ridurre al massimo la parte residua da incenerire, costruendo un avvicinamento graduale all’obiettivo “rifiuti zero”.

Istituire una legge sul regime dei suoli che imponga ai Comuni una contabilità degli usi dei suoli e che sganci la fiscalità locale dal consumo del territorio, trasferendo gli interventi edilizi verso le ristrutturazioni e degli adeguamenti energetico-ambientali degli edifici già esistenti.

Promuovere un sistema degli appalti verdi in tutte le forniture della Pubblica Amministrazione e un piano scuola nazionale, per mettere in sicurezza le nostre scuole, per promuovere tra i giovanissimi la cultura della sostenibilità e dare impulso all’edilizia di qualità.

Orientare in modo diverso la nostra mobilità, dalla gomma al ferro, e promuovere l’intermodalità.

Spostare verso le città il livello delle strategie di contrasto dei cambiamenti climatici, di riduzione dell’inquinamento e di razionalizzazione dei processi di produzione e consumo di energia: verso le città e verso i comportamenti di individui e famiglie che con le loro azioni contribuiscono in maniera sempre più significante ai bilanci energetici e ambientali.

La salute di tutti

Rimettere al centro del sistema sanitario la persona, che deve poter influire sulle decisioni prese a tutti i livelli e che deve essere protagonista di politiche di prevenzione e promozione di stili di vita corretti.

Riequilibrare e riqualificare la rete dei servizi di assistenza ospedaliera ed extraospedaliera: poli di alta specializzazione, centri di eccellenza, riconversione degli ospedali minori, assistenza fornita da strutture territoriali.

Riorganizzare il lavoro dei medici di famiglia in cooperative o studi associati, in modo da assicurare l’assistenza di base e il primo soccorso.

Rilanciare gli investimenti nei settori dell’edilizia sanitaria, delle tecnologie diagnostiche e terapeutiche e di quelle informatiche e telematiche.

Assicurare la sostenibilità economica del sistema e della ricerca biomedica, con un federalismo sanitario che garantisca le Regioni più deboli, integrando le programmazioni nazionale e regionali e garantendo l’omogeneità nazionale e i livelli essenziali di assistenza.

Integrare virtuosamente pubblico e privato, in particolare quello che fa riferimento al non profit e al volontariato: pubblico e privato devono avere pari dignità, assolvere agli stessi compiti nell’interesse dei malati, seguire le stesse regole ed essere sottoposti ai medesimi controlli e verifiche.

Creare, attraverso un’agenzia indipendente, un sistema di valutazione dei trattamenti sanitari e di riconoscimento del merito degli operatori, basato non solo sulla produttività ma incentrato sull'efficienza e la qualità delle cure.

Ridefinire i criteri di selezione degli amministratori e dei professionisti ai quali affidare un ruolo direttivo nelle strutture sanitarie: l'abitudine delle segnalazioni politiche va sostituita con regole trasparenti e non aggirabili.

Riaffermare il principio di garanzia della dignità della persona durante tutte le fasi della vita, incluse quelle terminali, con il rispetto del diritto all’autodeterminazione in materia di cure mediche.

Certi, garantiti e sicuri: la giustizia e noi

Mettere il cittadino al centro della giurisdizione: magistratura autonoma e indipendente, risposta del servizio-giustizia tempestiva e chiara, sistema dotato di mezzi e risorse adeguate.

Eliminare le sedi giudiziarie non funzionali e antieconomiche, introdurre meccanismi di valutazione per il personale e inserire dirigenti con formazione ed esperienza manageriale.

Garantire non severità, ma certezza delle pene con processi rapidi e garantisti.

Potenziare l’efficacia investigativa della magistratura requirente e dei Corpi di Polizia giudiziaria.

Riportare ad eguaglianza il rapporto fra cittadino e Pubblica Amministrazione: la storicamente ineguale condizione dei privati rispetto alla Pubblica Amministrazione porta a una forma affievolita di diritto, contraddittoria rispetto a una concezione di giustizia come servizio pubblico.

Realizzare, a proposito della distinzione fra Pubblico Ministero e giudicanti, la separazione di funzioni, non invece di carriere, per promuovere un’organizzazione che valorizzi l’unitaria missione istituzionale del “dire giustizia” nell’interesse dello Stato.

La casa prima di tutto

Rifondare la politica abitativa: riforma del mercato degli affitti, piano per l’edilizia sociale e rilancio di un programma di rigenerazione urbana delle periferie.

Modificare la L. 431/98, introducendo canoni di affitto accessibili, con adeguati incentivi fiscali, e promuovendo agenzie immobiliari sociali pubbliche.

Rilanciare l’edilizia sociale con un nuovo piano per l’edilizia pubblica ispirato a criteri federalisti, per rispondere ai diversi bisogni espressi da città metropolitane, piccoli e grandi municipi.

La scuola e la mobilità sociale

Promuovere l’eccellenza e contrastare la dispersione scolastica, con una scuola flessibile e capace di personalizzare i propri obiettivi, inclusiva e di qualità.

Aumentare l’autonomia finanziaria e organizzativa delle scuole, sia per quanto riguarda la definizione dell’offerta formativa, sia per quel che riguarda il reclutamento, le carriere e la retribuzione degli insegnanti: autonomia e valutazione devono muoversi di pari passo, per consentire agli operatori della scuola, dal ministro agli insegnanti, di verificare la bontà delle scelte da loro effettuate.

Stimolare la mobilità sociale restituendo alla scuola una funzione sociale e di sviluppo dei territori.

L'Italia che ricerca

Riportare la ricerca al centro dell’agenda politica, partendo dall’analisi delle eccellenze nei diversi settori e identificando ambiti di investimento specifici.

Aumentare gli stanziamenti, da un punto di vista delle risorse finanziarie e del loro criterio di assegnazione, ad un livello comparabile a quello dei principali paesi europei e creare nuovi centri di ricerca.

Adottare criteri di valutazione assegnazione trasparenti ed internazionalmente riconosciuti, anche con un’agenzia sul modello di simili enti stranieri.

Promuovere gli istituti di ricerca europei e redigere un piano europeo per la ricerca.

Rilanciare la ricerca universitaria, con finanziamenti erogati sulla base di valutazione rigorosa della qualità dei singoli atenei in termini di didattica e ricerca, costruita sull’autonomia degli atenei e capace di promuovere la mobilità di studenti e ricercatori.

Il paese della cultura

Rifinanziare il Fus (Fondo unico per lo Spettacolo), arginando la crisi di un settore fondamentale per la vita del paese e garantendo il posto di lavoro alle nostre maestranze.

Raggiungere un livello minimo di investimenti nella cultura pari all’1% del bilancio dello Stato e creare un sistema di continuo controllo sui risultati effettivi dell’iniziativa pubblica.

Promuovere una legge sullo spettacolo dal vivo, riformare quella sul cinema.

Sostenere ricerca e creatività giovanile nella musica e nell’arte.

Aiutare la piccola e media editoria.

Sostenere la cultura con incentivi agli investimenti e iniziative promozionali di respiro internazionale, agire sulla leva dei prezzi, stimolare l’interesse di nuovi pubblici e delle aree territoriali ai margini della vita culturale.

Realizzare un grande progetto di marketing dell’Italia, per valorizzare il nostro potenziale, raggiungere in una legislatura lo stesso numero di presenze turistiche per abitante della Francia, la stessa percentuale di studenti e ricercatori stranieri che registra la Spagna.

Liberi e informati

Risolvere il conflitto di interessi. Garantire un’informazione libera e plurale. Regolare il mercato televisivo e (soprattutto) le reti: concorrenza (in particolare per quanto

riguarda il mercato pubblicitario), libertà, pluralismo.

Garantire ovunque l’accesso alla rete attraverso la banda larga, possibilmente gratuito.

Garantire la libertà delle nuove forme di espressione in rete.

Ridurre drasticamente il costo di accesso, trasmissione, ricezione, elaborazione di informazioni.

Differenziare la RAI in maniera netta rispetto alla televisione commerciale perseguendo un modello di business che sia alternativo a quello esclusivamente fondato sulla raccolta pubblicitaria: due reti (una nazionale e una locale), garanzia di equilibrio nella rappresentazione dell’offerta politica esistente e nuova, Rai sottratta al dominio delle maggioranze e della politica.

Standard europei per laicità e diritti

Introdurre una norma antidiscriminatoria che preveda una percentuale minima di genere del 40% nelle Istituzioni e nei Consigli di Amministrazione.

Approvare la legge sul Testamento Biologico.

Approvare una legge sulle unioni civili, sull’esempio delle civil partnership britanniche.

Approvare una legge sull’omofobia.

Consentire a singole persone di essere valutati al fine dell'adozione con il rigore che la legge già oggi richiede alle coppie.

Tra Nord e Sud

Riprendere e portare a termine il processo di decentramento, per motivi di efficienza economica e di trasparenza politica: maggiore capacità di rappresentanza degli interessi locali, maggiore responsabilizzazione dei politici locali, maggiore possibilità di scelta per gli operatori, maggiore crescita economica.

Distribuire equamente le risorse tra Sud e Nord.

Contrastare la corruzione, il malcostume politico e amministrativo, promuovere uno sviluppo civile e sociale che, nel Sud, parta dalla liberazione dalla criminalità organizzata.

Investire nel capitale umano, nelle realtà produttive di eccellenza, nel recupero del territorio, nelle infrastrutture per il Mezzogiorno.

Costruire politiche regionali di rilancio pensate in termini di sistema, coinvolgendo università, amministrazioni locali, con lo scopo di creare un tessuto economico e sociale che possa resistere nel tempo e attrarre capitali e turisti.

Promuovere un patto collettivo nazionale che unisca le forze migliori del Mezzogiorno con quelle più lungimiranti del Nord, nell’idea di un nuovo patriottismo, perché il federalismo richiede un più alto livello di cultura politica, un accresciuto impegno civile di amministrati e amministratori.

Una nuova politica, una nuova amministrazione

Riformare la legge elettorale in senso maggioritario e uninominale.

Superare il bicameralismo perfetto, trasformando il Senato in Camera delle Regioni.

Ridurre il numero di parlamentari ed eletti a tutti i livelli e semplificare il sistema delle autonomie locali, per ridurre i costi della politica e dell’amministrazione.

Promuovere un nuovo e più deciso assetto federale, con maggiore distribuzione di risorse ai comuni, rafforzamento della “premialità” per gli enti virtuosi, la responsabilizzazione delle sedi politiche locali.

Sfruttare le economie dell’integrazione territoriale, favorendo la cooperazione fra comuni su un’ampia gamma di politiche locali – ambientali, sociali, economiche, culturali, infrastrutturali – con l’obiettivo di fare del territorio metropolitano uno spazio delle opportunità sempre più ricco e a disposizione dei cittadini.

Innovare la pubblica amministrazione: servizi telematici, uffici unici, autocertificazione, sistema di regole in cui il dirigente pubblico sia garante.

Promuovere una cultura dei risultati e della valutazione, cominciando dal programmare selezioni uniche per l’accesso alla PA che premino i più meritevoli.

Introdurre forme di remunerazione a risultato per gli operatori – pubblici o privati – titolari di politiche pubbliche.

Creare un motore di ricerca dedicato ai servizi e alle Pubbliche Amministrazioni, che permetta di conoscere anche online ogni sovvenzione, commessa e finanziamento pubblico dai diversi livelli di governo.

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Di Admin (del 19/06/2009 @ 11:03:35, in politica, linkato 480 volte)

• Intervento di Giachini Francesco, iscritto a LiberAperta e Radicali Italiani


Chiarisco subito che non amo questa legge elettorale che priva i cittadini della possibilità di scegliere i propri rappresentanti dando un potere immenso a poche persone, presenti ai vertici dei partiti maggiori, che di fatto scelgono i parlamentari prima del voto dei cittadini e poi subito dopo con il gioco delle candidature multiple.

Non amo questa legge elettorale perché permette che, due partiti che ottengono gli stessi identici voti, abbiano in parlamento una diversa rappresentanza.

La legge che verrebbe fuori dal referendum non sarebbe un'ottima legge elettorale ma sarebbe meno peggio e scardinerebbe gli attuali equilibri di potere. Ci sono quindi buone possibilità che il referendum possa fare da stimolo. Mi fa ridere chi non vuole considerare il referendum come stimolo per cambiare qualcosa, soprattutto quando quelle stesse forze politiche hanno usato questo sistema in precedenza. L'esempio più eloquente che mi torna alla mente è quello relativo al centrali nucleari. I tre quesiti chiedevano rispettivamente l'abolizione dell'intervento statale nel caso in cui un Comune non avesse concesso un sito per l'apertura di una centrale nucleare nel suo territorio, l'abrogazione dei contributi statali per gli enti locali per la presenza sui loro territori di centrali nucleari e l'abrogazione della possibilità per l'Enel di partecipare all'estero alla costruzione di centrali nucleari.

Nessuno di questi quesiti, votati dai cittadini a larghissima maggioranza, poteva impedire la costruzione di nuove centrali in Italia, bloccare la costruzione di quelle già avviate o addirittura far chiudere quelle esistenti. Addirittura, il secondo danneggiava enormemente le popolazioni vicine alle centrali in funzione all'epoca. I radicali lo sostennero e lo utilizzarono consapevolmente come l'arma per uscire dal nucleare, indipendentemente da quello che i quesiti prevedevano. Adesso gli stessi dicono che il referendum non può essere usato come strumento di pressione per ottenere qualcosa altrimenti non ottenibile. Vedo una contraddizione. Nel nostro ordinamento non sono previsti i referendum propositivi quindi non c'è stato molto da fare per scrivere buoni quesiti che potessero spazzare via questa legge elettorale. L'effetto di questo referendum sarebbe, relativamente alle prime due schede, di eliminare le coalizioni, dando il premio di maggioranza al partito che prende più voti ed eliminando le agevolazioni in termini di soglia di sbarramento per le liste minori che formavano una coalizione. L'effetto dirompente di questi quesiti non si può nascondere, la forza che vince le elezioni non sarebbe più ricattabile dagli alleati, ma soprattutto la maggioranza attuale per evitare la caduta del governo ad opera della Lega Nord, il partito potenzialmente più danneggiato, dovrebbe intavolare una discussione anche con il PD per scrivere una nuova elettorale, si spera diversa da quella uscita dal referendum e soprattutto da quella attualmente in vigore. Scommettere sul sì è un azzardo ma è l'unico modo per scardinare l'attuale legge.

L'ultimo quesito è quello relativo alle candidature multiple. Con la legge attuale è possibile per un politico candidarsi in tutti i collegi d'Italia salvo poi, una volta essere eletto in tutti o alcuni di essi optare per uno soltanto, facendo eleggere negli altri collegi persone presenti in lista subito sotto di lui. Con questo sistema le segreterie dei partiti dopo l'esito delle elezioni, ordinano ai propri eletti di optare in questo o in quel collegio, per far passare o restare fuori questa o quella persona. Poretti scrive che la vittoria di questo quesito danneggerebbe soprattutto i partiti a leadership forte, condivido. Ad esempio Emma Bonino potrebbe candidarsi in un solo collegio e tanti candidati sconosciuti ai più, spesso residenti in altre regioni che avevano la possibilità di essere elette solo sfruttando il marchio Emma rimarrebbero fuori. Lo stesso problema l'avrebbe l'IDV che tolto Di Pietro e De Magistris non ha molte persone conosciute capaci di catalizzare voti. E quindi, dove sta il problema? se siamo per l'uninominale non dovremmo considerare un problema avere tanti candidati validi, ognuno per ciascun collegio, da offrire agli elettori. Se non ci sono, pazienza, si prendono meno voti, l'importante è non ingannare il cittadino elettore proponendo venti Bonino quando in realtà ne abbiamo solamente una.

Per questi motivi darò convintamente (specialmente per l'ultimo) tre sì.

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Di Admin (del 16/06/2009 @ 11:19:27, in politica, linkato 442 volte)

da Europa del 16 giugno 2009, pag. 1

di Marco Cappato
La crisi ha messo a nudo l’incapacità dei socialisti europei di riformare due strumenti fondamentali: il welfare e l’integrazione europea. La loro rendita di posizione come difensori dello stato sociale e della Ue si è consumata nella difesa conservatrice di un welfare iniquo. Nella difesa di una Europa dove una fragile burocrazia accompagna l’involuzione del sogno di Patria europea nella realizzazione di un’Europa delle Patrie. Per rispondere alla crisi fuori da tentazioni neostataliste e neo-nazionaliste è necessario creare un welfare davvero "universale", contro la povertà e per il lavoro: reddito di cittadinanza, sussidio di disoccupazione, aumento delle pensioni minime e di vecchiaia, potenziamento dell’assistenza a malati e disabili anche in forme autogestite. Le risorse necessarie non si trovano soltanto con la pur doverosa lotta all’evasione, né vanno cercate in controproducenti inasprimenti fiscali nei confronti di chi le tasse le paga già. L’innalzamento dell’ètà pensionabile (e in prospettiva l’eliminazione della soglia fissa accelerando il passaggio al sistema contributivo) nonché l’equiparazione dell’età donne-uomini sono passaggi ineludibili. Altrettanto lo è l’abbandono di meccanismi assistenzialistici come la cassa integrazione straordinaria e i finanziamenti a pioggia, in modo da liberare risorse per investimenti sulla formazione professionale e riqualificazione al lavoro. Sul lato del sistema produttivo, urge una conversione al servizio della qualità - ambientale, sociale, di appagamento individuale - di un sistema economico-produttivo troppo basato sull’accaparramento di beni comuni e sull’imperativo della crescita produttivista e consumista. In Italia servono investimenti per recuperare i ritardi del nostro paese sul versante delle fonti energetiche rinnovabili, invece di fare l’ultima ruota del carro nucleare, per una transizione accelerata verso il trasporto pubblico con investimenti in particolare sulle tratte brevi, sulla rotaia e sul mezzi di trasporto condivisi, per un sistema che incentivi i consumi di prossimità. Un grande "piano-casa" sarebbe funzionale a questo progetto se fosse centrato non sull’aggrava- mento della cementificazione selvaggia in atto, ma, come propone Aldo Loris Rossi, sulla rottamazione dell’edilizia post-bellica non di qualità e non antisismica, per la creazione di eco-città sviluppate con nuove tecnologie e nuovi materiali, autonome sul piano energetico e dello smaltimento rifiuti. Il volano europeo delle riforme economiche avrebbe bisogno di un coordinamento della fiscalità, come proposto da Monti, almeno tanto quanto basta per evitare l’erosione fiscale e il dumping sociale, senza compromettere le conquiste del mercato interno e rafforzando il rigoroso rispetto della concorrenza contro monopoli e aiuti di stato. Una Patria europea non burocratica, capace di dare risposte di governo sull’economia, la politica estera e di difesa, può nascere se si supera l’illusione della sovranità assoluta degli stati nazionali. Ciò significa anche uri Europa proiettata sul Mediterraneo, che apre le porte alla Turchia, a Israele, al Marocco, e che sostiene i processi di democratizzazione, in particolare in Africa; uri Europa pronta a portare lì investimenti e aiuti allo sviluppo, rendendo finalmente governabile la questione immigrazione in altro modo rispetto alla alleanza, da D’Alema definita "strategica", con dittatori alla Gheddafi. Ragionare degli obiettivi della politica italiana ed europea nel lungo periodo non esime dal confrontarsi con le manovre nella partitocrazia italiana. Noi della "galassia radicale" siamo attenti a quello che accade, ma con due punti fermi: il primo, è l’obiettivo di creare l’alternativa a un regime nondemocratico, del quale l’opposizione ha finora fatto parte a pieno titolo; il secondo, è la necessità di muoverci attraverso soggetti politici davvero "aperti" e democratici. In particolare, se anche il risultato elettorale europeo della Lista Bonino-Pannella esprime un dato di "resistenza" rispetto a un gioco elettorale che abbiamo da subito denunciato come truccato, rimane l’urgenza di aggregare altri sull’obiettivo dì una riforma "americana" delle istituzioni come passaggio fondamentale per la liberazione dal sessantennio di questo regime. Proprio per questo, abbiamo impiegato i primi quindici giorni di campagna elettorale per documentare la cancellazione della Costituzione e dello stato di diritto in Italia, ad opera dei protagonisti della Prima repubblica, dei quali Berlusconi è erede e continuatore. Per quanto riguarda i rapporti con altri partiti, l’obiettivo di dare vita a forze politiche "a vocazione maggioritaria" era nostro già ai tempi della Lista Pannella "per il Partito democratico" (inizio anni ‘90) e della Rosa nel Pugno, laica, socialista, liberale e radicale. Il progetto non è cambiato. Ma la questione delle regole è dirimente. Non solo quelle esterne (sistema maggioritario, uninominale a turno unico, sul modello anglosassone), ma anche interne: negli statuti radicali non esistono espulsioni e probiviri. Per questo non abbiamo prodotto scissioni, ma lotte politiche e riforme. Abbiamo pubblicato i bilanci e ogni momento della nostra vita interna e democratica. Per questo non abbiamo prodotto corruzione e finanziamenti illeciti. A Chianciano, dal 26 al 28 giugno, ripartiamo da qui. Dalla proposta che avevamo fatto a tutti i partecipanti di un anno fa: abolire dai loro statuti il divieto alla "libertà di associazione", alla doppia tessera. Solo così il confronto politico può lasciarsi alle spalle la stagione delle scissioni e delle annessioni e aprire la stagione degli obiettivi e degli strumenti necessari per raggiungerli.

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Di Admin (del 21/05/2009 @ 14:46:55, in politica, linkato 968 volte)

da Corriere della Sera del 21 maggio 2009, pag. 1

di Antonio Macaluso

Marco Pannella è in sciopero della fame e della sete dalla sera del 15 maggio. Solo tre italiani su cento, sostiene, sanno dell`esistenza della sua lista. La Rai, accusa, non gli concede gli spazi a cui avrebbe diritto. E, ancora una volta, il vecchio leone radicale mette in gioco la sua vita in una sfida che va ben oltre l`ambito recinto del palazzo di viale Mazzini. Dove proprio ieri, al settimo piano, il consiglio di amministrazione ha proceduto ad una prima sventagliata di nomine dell`era terza berlusconiana. C`è voluto un anno per arrivarci, dopo le elezioni che hanno riportato il centrodestra a palazzo Chigi con una maggioranza ben più ampia di quella con la quale il governo Prodi non si era comunque risparmiato dal metter mano alla struttura di vertice della televisione pubblica. Uno spoils system in salsa partitocratica che ripropone ogni volta il copione di una spartizione del potere secondo schemi a geometria più o meno fissa. E ogni volta si dice, si scrive, si ripete, che sarà l`ultima, che il sistema va cambiato. Eppoi, però, si cambia nei criteri e successo con l`approvazione della legge Gasparri - ma non nella sostanza. Va detto con chiarezza che le critiche non riguardano lo spessore dei singoli (che come in qualsiasi contesto di nomine varia di caso in caso) ma un metodo che rischia di lasciare anche sull`operato del miglior professionista l`ombra della partigianeria. Le circostanze che il presidente del Consiglio sia anche il proprietario di Mediaset, che più di una volta di nomine Rai si sia parlato in riunioni tenute nella sua residenza romana, a Palazzo Grazioli e che, infine, si sia ad un passo da un`importan- te tornata elettorale, sollevano dubbi legittimi e fanno gridare l`opposizione. La quale, però deve avere, nella migliore delle ipotesi, una memoria ben corta visto che sembra dimenticare quanta parte ha avuto - sempre - nelle logiche spartitorie. Talchè, tuttora, mentre con il megafono attacca la maggioranza e ordina ai suoi consiglieri di amministrazione di abbandonare la riunione che sta per procedere alle nomine, sottovoce litiga al suo interno per le scelte che riguardano la terza rete, quella che la lottizzazione storicamente gli assegna. Né si può dimenticare lo spettacolo, che si è trascinato per mesi, di un`opposizione che non è stata in grado di compattarsi in maniera credibile dietro un autorevole candidato perla presidenza della Commissione di Vigilanza sulla Rai e di una maggioranza che ha avuto buon gioco nel bocciare uno dietro l`altro i tanti nomi proposti più o meno ufficialmente. Fino a quello di Sergio Zavoli, un grande della storia del giornalismo, ora senatore Pd, classe 1923. Così alla fine, mentre la figura incombente di Pannella torna, con i suoi consueti eccessi, a far da bandiera alla lotta contro la partitocrazia, vien da riflettere se per caso non sia arrivato il momento di ammettere che ha ragione. Estirpando alla radice questo male che mina e discredita la nostra democrazia.
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Di Admin (del 08/05/2009 @ 14:28:27, in politica, linkato 1446 volte)

da Il Riformista del 7 maggio 2009, pag. 1

di Antonio Polito

Leggi razziali? Il 2009 come il 1938? Franceschini ha le sue attenuanti. Si capisce la frustrazione di un leader dell’opposizione che non riesce neanche a scalfire il muro di gomma del consenso al premier. A un anno esatto dall’insediamento, Berlusconi conserva una posizione invidiabile. Neanche Veronica sembra averla modificata, secondo i sondaggi. In queste condizioni, è difficile dare consigli a Franceschini. Però neanche le condizioni di emergenza in cui versa l`opposizione, a un mese dalle elezioni europee, giustifica la deriva che sembra aver preso anche questa leadership del Pd, e che lo trascina, un po` alla volta, sempre più tra le braccia di Di Pietro. Paragonare il decreto legge del governo sulla sicurezza - che questo giornale ha durissimamente criticato in più di un`occasione - alle leggi razziali del `38, non è infatti solo un`esagerazione. Non stiamo chiedendo un po` di bonton al leader dell`opposizione, anche se di questa qualità lui stesso aveva fatto sfoggio all`inizio della sua segreteria. Né di abbassare un po` la voce. Segnaliamo un errore politico. Perché se sei poco credibile nelle accuse che fai al governo, l`elettorato ti crede di meno anche quando fai le accuse giuste. È la vecchia storia di «al lupo, al lupo». La Lega, nel governo, tenta effettivamente di toccare alcuni di quelli che ieri Ubaldo Casotto sul nostro giornale ha ricordato essere diritti inalienabili dell`uomo (per esempio il diritto all`istruzione primaria di ogni bambino, da chiunque sia nato). Ma le leggi razziali sono tutt`altra cosa. Berlusconi effettivamente è tentato da una gestione autocratica del potere. Ma l`Italia non diventerà mai il Turkmenistan, come ha paventato di recente Franceschini. Né il premier assomiglierà mai a Hitler, come ebbe a dire una volta Di Pietro. E i radicali, che certamente subiscono un sistematico oscuramento sui media, fanno venire i brividi quando girano con una stella di Davide gialla al bavero, come se fossero i nuovi ebrei. Se non si trattasse di Pannella e Bonino, che queste cose le sanno benissimo, verrebbe da ricordare loro l`«indicibilità» della Shoah, che non può essere usata a sproposito, esattamente come le leggi razziali, in una disputa politica contingente. Possibile che i capi dell`opposizione non lo capiscano? Ogni volta che non si contengono, la maggioranza gongola, i giornali amplificano, le tv rilanciano. Niente gioca a favore di Berlusconi come la possibilità di dirsi perseguitato, di fare la vittima, di nascondere dietro la demagogia dell`avversario le proprie debolezze. E’ un gioco che gli sta riuscendo anche con la moglie, figurarsi con Franceschini.

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Di Admin (del 11/04/2009 @ 11:59:36, in politica, linkato 1561 volte)
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Di Admin (del 26/03/2009 @ 11:43:42, in politica, linkato 2760 volte)

da La Stampa del 26 marzo 2009, pag. 1

di Michele Ainis

Ieri il Senato ha messo in minoranza Aldo Moro. È successo alle 11 e 30, minuto più minuto meno. C’era già stato il voto sulla nutrizione e l’idratazione artificiale, la soluzione di compromesso del Pd era stata respinta senza troppi complimenti. Nessun rifiuto del sondino, nemmeno in casi eccezionali, nemmeno se l’hai lasciato scritto con la vernice rossa sui muri di casa. Applausi dai banchi di destra, rumori, sospensione dei lavori. Alla ripresa il senatore Marino evoca per l’appunto Moro, e illustra un emendamento che riecheggia pressoché alla lettera quanto lui disse in Assemblea Costituente, durante la seduta del 28 gennaio 1947: «Ogni trattamento sanitario può venire rifiutato». Questo perché, aggiungeva Moro, viene qui in gioco una questione di libertà individuale, e dunque un limite al potere coercitivo dello Stato. Questione diversa dal caso aperto sessant’anni dopo attorno al corpo di Eluana Englaro: riguarda gli ammalati, non i moribondi.

E soprattutto riguarda uomini e donne in piena coscienza, capaci d’intendere e volere. Riguarda la possibilità di rifiutare un’aspirina così come un’amputazione, un elettrocardiogramma così come il trapianto del cuore. I costituenti dettero ragione a Moro, e scrissero l’art. 32 della Costituzione; i senatori ieri gli hanno dato torto, con 148 no, 116 sì, 10 astenuti.

Che cosa è mai accaduto nelle nostre istituzioni, quale mutazione antropologica ne colpisce gli attuali inquilini, se perfino il cattolicesimo democratico viene espulso dalla Repubblica italiana? Se questa Repubblica, qui e oggi, rinnega i valori con cui a suo tempo venne battezzata? Perché è questa la prima conseguenza della legge in dirittura d’arrivo al Senato: una patente d’incostituzionalità. La legge sul testamento biologico offende il diritto alla libertà personale iscritto nell’art. 13 della Carta, che significa anzitutto diritto di proprietà sul nostro corpo, potere di disporne. Offende il diritto alla salute sancito dall’art. 32, che a sua volta implica il rifiuto delle cure. Offende la dignità umana menzionata nell’art. 3, perché ciascuno dev’essere libero di scegliere dove si situi la misura di un’esistenza dignitosa. Con questa legge, viceversa, d’ora in poi chi disgraziatamente si trovasse nelle condizioni di Eluana dovrà restare appeso al suo sondino per tutti i secoli dei secoli. Di più: il voto altrettanto disgraziato su Aldo Moro rischia di trasformare le corsie d’ospedale in altrettante carceri, i pazienti in detenuti. Si dirà che lo stesso art. 32 riserva tuttavia alla legge il potere di disporre trattamenti sanitari obbligatori. Errore: la legge può farlo quando sussiste un interesse pubblico, un bisogno della collettività. Può stabilire d’internare i folli o i malati contagiosi, può imporre la vaccinazione obbligatoria, ma quale pericolo reca al proprio prossimo chi s’oppone alla nutrizione artificiale?

No, non c’è giustificazione alla cultura del divieto che soffia come un vento sulle nostre esistenze, sbattendole come panni stesi ad asciugare sul balcone. È un vento potente, tal quale la parola del cardinal Bagnasco: che il Parlamento faccia presto, ha detto lunedì. Eccolo accontentato. E dunque no alla ricerca sulle staminali, no ai matrimoni gay, no alla morte dignitosa, no - perfino - ai preservativi per difendersi dall’Aids. Non c’è scampo, né in camera da letto né in camera mortuaria. È la volontà del popolo che s’esprime attraverso questa selva di divieti? Se così fosse, potremmo quantomeno rassegnarci a un primato democratico. Ma proprio ieri un sondaggio di Repubblica ha rivelato che il 73,5% degli italiani è in disaccordo con Benedetto XVI quanto all’uso dei preservativi; e d’altronde non è affatto un caso se le chiese sono vuote, se la popolarità del Vaticano precipita più di Piazza Affari. Non precipita però la sua influenza, perché quest’ultima s’allunga non sui fedeli bensì sugli apparati, su chi sa che per ottenere un posto in Parlamento, una poltrona in Rai, una carica nei Cda che contano in Italia serve l’acqua santa. Per l’appunto: idratazione forzata.

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Di Admin (del 23/03/2009 @ 14:57:08, in notizie, linkato 2571 volte)

di Filippo Facci

Quel Davide Franceschini che il 29 dicembre si scaraventò davanti alle telecamere di Studio Aperto non era un 22enne come tanti, ma come tantissimi: «Nel 2009 c’è da divertirsi» disse prima di spiegare che «luci strobo e musica techno» era tutto ciò che gli serviva. Che poi è quello che gli servirono la sera del 31 al festival internazionale «Amore 09», insomma al festone della Fiera di Roma: migliaia di giovani, alcol e droga come neanche a Capodanno. Lui era di Fiumicino ed era già fattissimo, perché si usa così. Lei invece aveva 25 anni ed era di Genzano, zona Castelli, pure lei fattissima: i suoi amici non avranno difficoltà ad ammetterlo. Ma non c’è bisogno di raccontare proprio tutto, tantomeno il nome di lei o altri fatti perfettamente suoi: c’è da dire però il necessario affinché questa brutta storia prosegua. Cioè che lei, per esempio, alle 4 e mezzo era ubriaca persa e ballava in mezzo a un gruppetto di ebeti che le si strusciava addosso, le tirava su i vestiti: tanto che un amico dovette intervenire per difenderla; e sarebbero fatti suoi, nondimeno, che lei in un momento imprecisato abbia anche avuto un rapporto sessuale con qualcuno che non fu, però, Davide Franceschini, ossia il ragazzo accusato d’averla stuprata: l’ennesima prova del Dna infatti non lascerà dubbi, quelle tracce sessuali appartengono ad altri. Mentre Davide, quel ragazzo con la felpa bianca e i capelli cortissimi, ovviamente strafatto, lo conobbe più tardi. Gli amici ricordano che verso le 5 del mattino i due si scambiavano effusioni senza problemi, ed erano quasi teneri mentre mano nella mano, alle 5 e 15, si dirigevano stravolti e barcollanti verso i bagni chimici dove ogni cosa accadde. Quanto avvenuto, di qui in poi, è sospeso tra la confusione di lei e il racconto di lui: che però verrà ritenuto credibile non solo dai giudici, ma anche dalla difesa della ragazza.
Tralasciando per quanto possibile i dettagli, successe questo: in bagno c’erano andati solo per una rapida fellatio da ascriversi al delirio di quella notte, ma lui, strafatto, non funzionava. Prese l’iniziativa, usò una mano, e qui è difficile entrare nell’ottica convulsa e alterata di chi è sovralimentato dalla cocaina: sta di fatto che a un certo punto lei gli disse che non era buono manco con la mano, e cominciò a sfotterlo, sinché lui perse la testa e ogni confine fu superato ufficialmente, droga o non droga. Lui le fece violenza, sempre con la mano, le diede anche due pugni in volto.
E lei, poco più tardi, invocava aiuto e aveva delle macchie di sangue sul vestito. Disse che era stata violentata da più persone in mezzo alla pista, e uno di loro aveva una felpa bianca. Parve impossibile. Seguirà un’altra versione: un tizio con la felpa bianca l’aveva scaraventata in bagno e violentata. «La ragazza aveva ricordi confusi», dovrà annotare il giudice, una donna, «in quanto aveva bevuto e aveva assunto sostanze stupefacenti». Quello con la felpa bianca, intanto, quella notte era stato identificato mentre tornava a Fiumicino dopo aver già percorso 15 chilometri a piedi: ai poliziotti aveva ammesso solo d’aver sbaciucchiato una ragazza dei Castelli. Ci sarà una perquisizione a casa sua, e la felpa bianca verrà acquisita come fonte di prova. E ora andrebbe spiegato il contesto familiare di questo 22enne: che nessuno, beninteso, qui vuole compatire. Ultimo nato in una famiglia dove il fratello ha 20 anni più di lui, e dove tutti lavorano al forno di famiglia, la madre cominciò a pressarlo: che è successo, che hai fatto? Forse non era più chiaro neanche a lui: anche perché giorni dopo, quando lo chiamarono in questura per un confronto, la ragazza lo vide ma ufficialmente non lo riconobbe. E non l’ha riconosciuto mai, incastrata nelle troppe versioni di una storia che intanto si era gonfiata al punto da esporre la sua famiglia e indignare un Paese.

Pressato dalla madre, e su consiglio del suo avvocato, Davide decise di costituirsi. Non l’avrebbero mai beccato, se non l’avesse fatto: nessuna prova del Dna avrebbe potuto riscontrare un rapporto sessuale mai avvenuto. Il fornaio 22enne, incensurato e balbettante di vergogna, impressionò anche il capo della Mobile, Vittorio Rizzi, che si premurò che potesse ottenere i domiciliari perché sennò s’impiccava, disse. Li ottenne. Il gip, alla luce dei riscontri raccolti, scriverà che «Le dichiarazioni della ragazza contengono almeno tre diverse ricostruzioni dei fatti incompatibili fra loro, sono smentite dalle altre fonti di prova, non sono riscontrate neanche dalla natura delle lesioni subite che invece ben si spiegano alla luce del racconto offerto dall’indagato». Lesioni, brutto reato: sta di fatto che nessuno, nel clima montante, col governo che si apprestava a varare un decreto antistupri derivante proprio da quel caso, nessuno, insomma, tantomeno i magistrati, si sognò di derubricare l’accusa di stupro in quella di lesioni. Eppure il pubblico ministero che ottenne i domiciliari per Davide Franceschini, per dire, è lo stesso Vincenzo Barba accusato di accanimento contro i due romeni del parco della Caffarella. E il gip che aveva acconsentito ai domiciliari, Marina Finiti, era nota per le dure condanne inflitte agli stupratori di una studentessa del Lesotho e a un giovane pirata della strada che per la prima volta nella storia giudiziaria italiana era stato incriminato per omicidio volontario anziché colposo: dovranno avvedersene anche gli ispettori ministeriali. Persino il legale della ragazza, Fabrizio Federici, lo ripeté più volte: «Gli arresti domiciliari a Franceschini sono ineccepibili». Mentre Pierangelo Maurizio, giornalista e consigliere del Fnsi, nel visionare le prime carte del caso Franceschini si chiedeva se la categoria non avesse niente da dire. A torto o a ragione, il clima era ormai quello che era: «Se non fanno giustizia come si deve, io giustizia me la farò da sola» mandava a dire la vittima mentre il padre era ancora più categorico: «Il ragazzo deve pensare a che cosa gli può succedere: io lo aspetto, non c’è problema».
Approvato il decreto antistupri, Davide Franceschini tornava poi in carcere negli stessi giorni in cui la ragazza veniva fermata per possesso di cocaina. E veniva nuovamente ri-liberato, Franceschini, nell’attesa di giudizio che riguarda un reato non migliore né peggiore di quello che semplicemente è: «Non c’è stato uno stupro per come comunemente s’intende, ma una violenza grave per la quale il ragazzo pagherà pesantemente», ha detto il suo avvocato Francesco Bergamini. Ma non è tempo di sottigliezze. Non è uno dei romeni di Guidonia, ma resta difficile che Davide Franceschini, da stupratore, divenga il lesionatore di Capodanno.

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Di Admin (del 13/03/2009 @ 12:58:04, in politica, linkato 1676 volte)

da Il Riformista del 13 marzo 2009, pag. 4

di Chicco Testa

Cara Dacia Maraini, ti sei avventurata sul Corriere in una critica all`energia nucleare. Potevi semplicemente dire che non ti piace. Non sarei stato d`accordo, ma si sa che agli scrittori non sono richieste particolari spiegazioni. Come a Celentano e a Le Grottaglie (giocatore della Juve che dice di giocare bene perché prega tutti i giorni. Agli juventini atei va bene così). Invece hai chiamato in tuo aiuto dati e numeri e hai definito, senza alcun dubbio, l`energia nucleare come «grande inganno». Solo che i tuoi dati sono palesemente non veri. Verosimili forse, categoria letteraria straordinaria. Verosimili, quindi, come i romanzi di Salgari. Ma, scientificamente e matematicamente, sono irrimediabilmente falsi. In Spagna, ci dici, in un anno hanno «creato impianti eolici per 3.500 MW, pari a due centrali nucleari e mezzo». Vero, anzi verosimile. Solo che i Megawatt non sono energia, ma potenza (vedi Aristotele). Ma noi consumiamo energia non potenza. E infatti quegli impianti possono produrre, in 12 mesi, al massimo 10 miliardi di chilowattora: il vento, infatti, anche in un Paese molto "arieggiato" come la Spagna (oceano Atlantico) soffia in media 3.000 ore l`anno. Due centrali nucleari di pari potenza invece lavorano circa 8.000 ore l`anno, e per di più giorno e notte senza la "volatilità" del vento, producendo 28 miliardi di chilowattora: quasi tre volte l`elettricità prodotta da una pari potenza eolica. Scrivi poi: «E la Germania a sua volta produce più del 30% della sua energia attraverso il sole». Magari! Farei i salti di gioia. Ma in realtà il contributo del solare in Germania, che pure è il Paese al mondo che ha installato più pannelli fotovoltaici, per un totale di circa 3.800 MW (20 volte l`Italia), è pari a meno dello 0,6% della sua energia elettrica e allo 0,1 % della sua energia complessiva. Dal 30% allo 0,6% riconoscerai che c`è una bella differenza. Almeno per la matematica, ma temo anche per la letteratura. Ma non basta. Solo Finlandia, Bulgaria, Ucraina e Russia, scrivi, sarebbero in procinto di costruire nuove centrali. Non è vero: nel mondo sono in costruzione 36 nuove centrali per circa 30.000 MW, non solo nei Paesi indicati dalla scrittrice, ma anche in Francia, Stati Uniti, Giappone, Sud Corea, Taiwan, Pakistan, Argentina, Sudafrica, India e Cina. Mentre hanno annunciato il ritorno al nucleare Paesi come Gran Bretagna, Svezia e Svizzera. Nessuno dice che il nucleare e la soluzione di tutti i nostri problemi energetici. Come nessuno  dovrebbe dire che lo saranno l`eolico e il solare da soli. Tutte le strade vanno battute per risolvere il problema: avere energia in abbondanza (2 miliardi di persone ne sono prive), diversificata negli approvvigionamenti di materia prima, riducendo le emissioni di ogni genere, comprese quelle dei gas effetto-serra. Che bisogno c`è di falsare i dati di realtà e per contrastare una scelta che non si condivide? Sono sicuro che tu stai dalla parte di Galileo. Ma permettimi di dirti che usi i numeri come il cardinale Bellarmino. Infine. Anche a me non piace l`Italia che tu descrivi: quella che non sa smaltire i rifiuti e finire le opere pubbliche, che ruba sul calcestruzzo e favorisce le ecomafie. Solo che a me piacerebbe cambiarla. Tu, invece, la usi per giustificare la paralisi e l`impotenza. E poi sei sicura che sia più facile fare affari sporchi con il nucleare che con, per esempio, un impianto eolico? Chiedi in giro: avrai qualche amara sorpresa.
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Di Admin (del 06/03/2009 @ 15:37:42, in politica, linkato 1629 volte)

I giorni scorsi sono apparse sulla stampa le dichiarazioni dell'Onorevole Mattesini in merito alla sua posizione sull'eventuale aumento dell'età pensionabile per le donne.

Mattesini fa finta di non sapere cosa prevede la direttiva n.54 della comunità europea. Tale documento che l'Italia deve obbligatoriamente recepire chiede un'equiparazione solamente per il lavoro nel pubblico impiego dove non vi sono differenze tra la retribuzione di uomini e donne. Aggiungo anche che, considerando l'aspettativa di vita oggi, un uomo si gode la pensione mediamente per 12 anni (aspettativa 77 anni) mentre una donna per 23 anni (aspettativa 83 anni). Un'eventuale equiparazione non basterebbe quindi nemmeno a colmare questo divario. Dobbiamo ricordarci per cosa è nata la pensione; accumulare un reddito nel corso degli anni di attività per poi riaverlo quando si è troppo vecchi per sostenersi con le proprie forze. Con il vecchio sistema retributivo il vantaggio è molto evidente, basandosi per il calcolo della pensione solamente sugli stipendi degli ultimi anni, senza tenere conto del numero totale di contributi versati e degli anni di vita residui stimati, è avvantaggiato chi ha un'aspettativa di vita più alta perchè a parità di contributi versati e a parità di stipendio gli ultimi anni lavorativi, riceve molti più soldi dallo statofacendo mancare al sistema di equità. Il sistema retributivo (in vigore per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1997) tiene conto di questo e infatti penalizza chi ha lavorato (e versato) poco e chi sceglie di andare in pensione presto. Oggi quindi gli svantaggiati di domani, quelli che avranno la pensione calcolata con il sistema retributivo, pagano tanto, troppo per mandare in pensione a 60 qualcuno ben sapendo che per loro la quota 67 è già ottimistica. Oltretutto oggi, con la crisi in arrivo, quelle risorse sarebbero ben spese meglio in tanti modi. Dalla detassazione del lavoro femminile per aumentare il tasso di occupazione che oggi tra le donne è tra i più bassi d'Europa, passando agli ammortizzatori sociali che per una vasta parte dei lavoratori i cosiddetti precari non ci sono, fino alla creazione dei famosi asili nido. E poi Mattesini cosa significa che le donne lavorano 4 ore di più rispetto alla media europea? 4 ore al giorno? a settimana? al mese? i numeri buttati a caso non servono a nulla.
Oltretutto Mattesini afferma che servono risorse e che il governo non ha previsto finanziamenti. Sono l'ultima persona che vuole difendere questo governo ma prima di dire di spendere sarebbe serio dire dove si vanno a prendere i soldi, altrimenti si fa solo facile demagogia.

 

Segnalo l'intervento della senatrice Donatella Poretti, anche essa aretina eletta nelle liste del PD in quota radicale.

http://www.donatellaporetti.it/intv.php?id=648

 

Francesco Giachini – Direttivo di Liberaperta – Associazione libertaria e liberale

www.liberaperta.it

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